La piazza Jemaa el-Fna di giorno, antico luogo di giustizia pubblica di Marrakech

Culture & histoire

La storia macabra di Jemaa el-Fna: esecuzioni e teste esposte

La storia delle esecuzioni a Jemaa el-Fna: piazza della giustizia pubblica dall'XI al XIX secolo, teste sulle picche e legame con «l'assemblea dei morti». Racconto rigoroso.

Aggiornato in 11 agosto 2026

Dietro l’allegra animazione della piazza più celebre del Marocco si nasconde una storia di Jemaa el-Fna ben più cupa di quanto si immagini. Dall’XI al XIX secolo, questa vasta spianata fu anche un luogo di giustizia pubblica: vi si proclamavano le sentenze, vi si giustiziavano i condannati, e le teste dei suppliziati venivano talvolta esposte sulle picche o alle porte della città, come monito. È in parte questo passato ad aver alimentato la traduzione agghiacciante del suo nome, «l’assemblea dei morti».

Ma attenzione: tra la realtà storica e i racconti che si tramandano guide e viaggiatori, lo scarto può essere ampio. Le esecuzioni pubbliche sono realmente esistite — come ovunque nel mondo pre-moderno — ma le cifre spettacolari e i nessi di causa-effetto diffusi sulla piazza sono spesso frutto dell’abbellimento turistico. Questo articolo distingue ciò che sappiamo con certezza da ciò che appartiene alla leggenda.

Seguiteci nei retroscena macabri di Jemaa el-Fna: la nascita di una piazza del potere nell’XI secolo, il ruolo della giustizia pubblica nella Marrakech antica, il rituale delle teste esposte e il modo in cui un luogo di supplizio è diventato il teatro vivente che conosciamo oggi.

Veduta aerea della piazza Jemaa el-Fna, antica spianata di potere e di giustizia a Marrakech

Una piazza nata per radunare… e per mostrare il potere

Per comprendere il versante macabro della piazza, bisogna risalire alla sua fondazione. Marrakech viene creata intorno al 1070 dagli Almoravidi, una dinastia berbera proveniente dal Sahara. Nei pressi del palazzo e della prima moschea serve un grande spazio aperto: un luogo dove le carovane scaricano i loro cammelli, dove l’esercito si raduna, dove il popolo si riunisce — e dove il potere si mostra.

È proprio questo ruolo a spiegare tutto. In una capitale medievale, una spianata centrale non è mai neutra: è il prolungamento del trono. Il sultano vi fa proclamare le sue decisioni, vi passa in rassegna le truppe, vi celebra le sue vittorie. E poiché rendere giustizia rientra tra le prerogative del sovrano, la piazza diventa naturalmente il luogo in cui la sanzione si compie alla luce del sole.

La spianata che diventerà Jemaa el-Fna cumula così diverse funzioni per secoli: mercato, piazza d’armi, luogo di festa e scena della giustizia pubblica. Sotto gli Almohadi (XII-XIII secolo), dinastia che fa di Marrakech il centro di un vasto impero, questo ruolo politico si rafforza ulteriormente. La piazza è un megafono di pietra: tutto ciò che deve essere visto da tutti vi si svolge.

La giustizia pubblica: proclami, castighi ed esemplarità

Nel Marocco pre-moderno, la pena ha senso solo se è vista. Punire in segreto non dissuade nessuno; è lo spettacolo del castigo a dover mantenere l’ordine. La grande piazza di Marrakech, crocevia di tutti i transiti, offriva il pubblico ideale.

Vi si eseguivano dunque le sentenze pronunciate in nome del sultano: castighi corporali, messe a morte di criminali comuni, ma anche esecuzioni di portata politica — ribelli sconfitti, capi di tribù insubordinate, pretendenti e cospiratori. L’esecuzione di un nemico del potere non era solo una punizione: era un messaggio rivolto a chiunque pensasse di ribellarsi.

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Prudenza con i racconti «a sensazione». Molte guide affermano che la piazza vedesse «fino a 45 teste tagliate in un solo giorno». Questa cifra circola ovunque, ma non si basa su alcuna fonte storica verificabile: si tratta di un racconto turistico che si auto-alimenta. Le esecuzioni pubbliche sono esistite, sì — ma i conteggi spettacolari e quotidiani appartengono alla leggenda, non all'archivio.

Bisogna anche ricollocare queste pratiche nella loro epoca. La Marrakech dei sultani non ha nulla di eccezionale: nello stesso periodo, anche le capitali europee esponevano i suppliziati sulle piazze e sui ponti. La giustizia pubblica era la norma mondiale, non una singolarità marocchina. Ricollocarla in questo quadro evita sia l’esotismo facile sia il giudizio anacronistico.

Le teste esposte: rituale di monito alle porte della città

È l’immagine più impressionante, e la più documentata dalla tradizione: dopo l’esecuzione, le teste dei condannati — soprattutto quelle dei ribelli e dei nemici sconfitti — venivano esposte in pubblico. Non necessariamente sulla piazza stessa in permanenza, ma spesso alle porte della medina (i bab), là dove passavano le carovane e i viaggiatori che entravano in città.

Il procedimento è attestato sulla lunga durata. Le teste venivano infilzate sulle picche o appese alle mura, rivolte verso l’esterno, come un monito per chiunque si avvicinasse alla capitale. Per ritardare la decomposizione e prolungare l’esemplarità macabra, si racconta che venissero talvolta salate — un dettaglio che la dice lunga sulla fredda logica della dissuasione.

Folla radunata sulla piazza, cuore pulsante della medina di Marrakech

Questo rituale è perdurato sorprendentemente a lungo. L’esposizione di teste alle porte delle città marocchine è ancora attestata nel XIX secolo, e scompare davvero solo con gli sconvolgimenti dell’inizio del XX secolo e l’instaurazione del protettorato francese nel 1912, che pone fine a questo tipo di messa in scena del potere. In altre parole, non è una pratica perduta in una lontana notte medievale: si inscrive in un tempo lungo che sfiora l’epoca contemporanea.

È questo fondo reale a conferire al soprannome della piazza la sua carica sinistra. Una spianata associata per secoli alla morte spettacolare poteva facilmente, nell’immaginario popolare, diventare «l’assemblea dei morti».

«L’assemblea dei morti»: ciò che il nome deve davvero alle esecuzioni

Ecco il punto delicato, quello in cui la storia rigorosa deve correggere la leggenda. La traduzione «l’assemblea dei morti» è del tutto reale e suggestiva — ma non dimostra che il nome della piazza derivi dalle esecuzioni.

Due fatti impongono la sfumatura:

  • Il nome compare tardivamente. Il toponimo «Jemaa el-Fna» è attestato nei testi solo all’inizio del XVII secolo, cioè più di cinque secoli dopo la fondazione della città. Se le esecuzioni avessero battezzato la piazza, ci si aspetterebbe di vedere il nome ben prima.
  • Gli storici privilegiano un’altra origine. L’ipotesi più solida collega il nome a una moschea monumentale mai completata, voluta dal sultano saadiano Ahmed al-Mansour alla fine del XVI secolo e abbandonata dopo un’epidemia di peste. Da Jemaâ el-Hna («la moschea della tranquillità»), si sarebbe passati per ironia a Jemaa el-Fna, «la moschea della rovina, dell’annientamento».

In altre parole, la parola araba fna può significare «la morte/l’estinzione» oppure «la rovina, l’annientamento» — ed è questa seconda lettura, sostenuta da un cronista del XVII secolo, che la ricerca giudica più credibile. Il legame con le esecuzioni esiste dunque soprattutto nell’immaginario: un passato sanguinoso reale ha alimentato un’interpretazione macabra suggestiva, ma probabilmente non è stato esso a dare il nome alla piazza.

Per esplorare in dettaglio le tre teorie del nome e l'enigma etimologico, leggete la nostra analisi dedicata: cosa significa davvero «Jemaa el-Fna»?. Vi smontiamo, alla luce delle fonti, ciò che ogni traduzione ha di solido e di fragile.

Dal luogo di supplizio al teatro vivente

La storia della piazza è quella di un capovolgimento completo. Questo spazio un tempo associato alla messa a morte e al monito è diventato, man mano che il potere smetteva di esibirvi la sua violenza, un luogo di vita traboccante: cantastorie, musicisti gnaoua, incantatori di serpenti, erboristi, mercanti e cerchi di spettatori (le famose halqa).

Questo passaggio da una spianata del potere a una scena popolare non ha nulla di casuale: è lo stesso spazio aperto, la stessa capacità di radunare folle, che serviva la giustizia ieri e serve lo spettacolo oggi. La piazza non ha mai smesso di essere il luogo in cui Marrakech si riunisce — è cambiata solo la natura del raduno.

Cerchio di cantastorie (halqa) sulla piazza, tradizione orale viva di Jemaa el-Fna

Questa trasformazione è stata consacrata nel 2001, quando lo spazio culturale della piazza è stato riconosciuto dall’UNESCO come capolavoro del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. L’antica «assemblea dei morti» è diventata, per un’ultima beffa della storia, un simbolo mondiale della cultura vivente e della tradizione orale.

Per approfondire questo racconto, immergetevi nel nostro dossier completo sulla storia e il significato di Jemaa el-Fna, e scoprite come questo passato si inscrive nel tessuto urbano esplorando i dintorni della piazza. Potete anche consultare la scheda dettagliata di Wikipedia sulla piazza per incrociare le fonti.

Domande frequenti

Ci sono state davvero esecuzioni a Jemaa el-Fna?

Sì. Dal Medioevo al XIX secolo, la grande piazza di Marrakech è servita da luogo di giustizia pubblica, dove si proclamavano le sentenze e si compivano esecuzioni — sia di criminali sia di nemici politici del sultano. È una realtà storica, da ricollocare nel contesto del mondo pre-moderno in cui la giustizia era ovunque uno spettacolo pubblico.

È vero che le teste venivano esposte sulle picche?

La tradizione riferisce che le teste dei ribelli e dei condannati venivano infilzate sulle picche o appese alle porte della medina, rivolte verso l’esterno, come monito. Alcune fonti evocano teste salate per conservarle. La pratica è attestata fino al XIX secolo e scompare all’inizio del XX secolo.

Il nome «assemblea dei morti» deriva dalle esecuzioni?

Non in modo dimostrato. Questa traduzione è reale, ma il nome «Jemaa el-Fna» compare nei testi solo nel XVII secolo, e gli storici privilegiano l’ipotesi di una moschea incompiuta («moschea della rovina»). Il passato sanguinoso ha alimentato un’interpretazione macabra, senza esserne l’origine certa.

La piazza ha davvero visto «45 teste al giorno»?

Questa cifra, molto diffusa, non si basa su alcuna fonte storica affidabile. Si tratta di un racconto turistico da prendere con molta cautela. Le esecuzioni pubbliche sono esistite, ma i conteggi spettacolari e quotidiani appartengono all’esagerazione.

Quando sono cessate queste pratiche macabre?

L’esposizione delle teste alle porte delle città marocchine è ancora attestata nel XIX secolo. Questo tipo di giustizia spettacolare si estingue con gli sconvolgimenti dell’inizio del XX secolo e l’instaurazione del protettorato francese nel 1912.

La piazza è inquietante da visitare oggi?

Assolutamente no. Jemaa el-Fna è oggi un luogo festoso, animato e accogliente, dichiarato dall’UNESCO per la sua cultura vivente. Il suo passato macabro appartiene alla storia e non ha più nulla a che vedere con l’atmosfera attuale di cantastorie, musicisti e gastronomia di strada.