Esistono pochi luoghi al mondo dove si possa, con un solo sguardo, abbracciare quasi mille anni di storia viva. La piazza Jemaa el-Fna, cuore pulsante della medina di Marrakech, è uno di questi. Dalla fondazione della città a opera degli Almoravidi, questo vasto spazio aperto ai piedi della Koutoubia non ha mai smesso di essere un luogo di commercio, di potere, di giustizia e, soprattutto, di parola. Comprenderne la storia significa cogliere il motivo per cui l'UNESCO ne ha fatto, già nel 2001, uno dei primissimi «capolavori del patrimonio orale e immateriale dell'umanità». Seguiteci attraverso i secoli, dalle teste esposte sulle picche ai cantastorie che, ancora oggi ogni sera, radunano la folla in cerchio.
L'origine del nome: tre letture di un enigma
Pochi toponimi marocchini hanno fatto scorrere tanto inchiostro quanto quello di Jemaa el-Fna (جامع الفناء). Il nome stesso è tardivo: compare nei testi soltanto all'inizio del XVII secolo, ben dopo la fondazione della piazza. Questa comparsa recente, mentre lo spazio esisteva da secoli, spiega in parte perché il suo significato esatto resti dibattuto. Tre interpretazioni principali si contendono il favore degli storici, e ciascuna illumina una sfaccettatura della storia del luogo.
La «moschea dell'annientamento»: l'ipotesi più accreditata
La spiegazione oggi privilegiata dalla maggior parte degli specialisti si fonda su un gioco di parole tragico. Alla fine del XVI secolo, il potente sultano saadiano Ahmed al-Mansour (che regna dal 1578 al 1603) intraprende la costruzione, su questo immenso terreno sgombro, di una grande moschea del venerdì che intende chiamare «Jemaâ el-Hna», la «moschea della serenità» o «della prosperità». Ma una terribile epidemia di peste — che colpisce Marrakech in modo ricorrente attorno agli anni 1598-1607 — decima la popolazione e interrompe il cantiere. L'edificio, appena abbozzato, cade in rovina.
Per una crudele ironia popolare, il nome si sarebbe allora rovesciato: dalla «moschea della serenità» (el-Hna) si passa alla «moschea dell'annientamento» o «della rovina» (el-Fna). È lo storico saadiano Abderrahmane Es-Saâdi a riferire questa versione, il che le conferisce un peso documentario non trascurabile. La parola araba jamaa (جامع) indica proprio una moschea o un luogo di raduno, mentre fanâ' evoca la scomparsa, la cancellazione, la fine.
Lo slittamento da «Hna» (serenità) a «Fna» (annientamento) dipende da una sola lettera in arabo. Questo scivolamento linguistico, nato da un cantiere fallito a causa della peste, riassume da solo il destino di un luogo dove la grandezza e la morte non hanno mai smesso di sfiorarsi.
«L'assemblea dei morti»: l'eco delle esecuzioni pubbliche
La seconda lettura, la più spettacolare, traduce Jemaa el-Fna con «l'assemblea» o «il raduno dei morti». Rimanda a una realtà storica documentata: per secoli la piazza fu un luogo di esecuzioni pubbliche. Le teste dei condannati e dei ribelli vi erano esposte sulle picche, talvolta salate per essere conservate, così da servire da monito alla popolazione. Il termine fnâ' inteso nel senso di «morte» o «estinzione» si adatterebbe allora perfettamente a questa funzione giudiziaria e dissuasiva.
«La moschea della fine del mondo»
Una terza interpretazione, più poetica, intende fanâ' in senso spaziale: la parola può indicare lo spiazzo o il sagrato situato davanti a un edificio, ma anche un limite, un confine. Jemaa el-Fna sarebbe così «la moschea della fine del mondo», immagine di uno spazio-frontiera collocato ai margini della città organizzata, aperto sull'infinito del deserto e delle carovane provenienti dal Sud.
Da ricordare: nessuna di queste tre letture è stata definitivamente risolta. Una guida onesta ve le presenterà tutte e tre invece di imporre un'unica versione. È proprio questa ambiguità a fare la ricchezza del luogo.
La piazza attraverso i secoli
Per cogliere Jemaa el-Fna occorre risalire alla nascita stessa di Marrakech e seguire il filo delle dinastie che hanno plasmato la città rossa. La piazza non è stata «creata» in una data precisa: è nata insieme alla città, come il suo polmone commerciale naturale.
Gli Almoravidi e la nascita di Marrakech (verso il 1070)
Marrakech viene fondata verso il 1070 dagli Almoravidi, dinastia berbera proveniente dal Sahara. La città, collocata in posizione ideale tra le montagne dell'Atlante e le grandi vie carovaniere che collegano l'Africa subsahariana al Maghreb e all'Andalusia, diventa rapidamente una capitale di primo piano. Fin dall'origine, un vasto spiazzo si organizza alla congiunzione dei principali assi e dei souk: è il futuro Jemaa el-Fna. Punto di arrivo delle carovane cariche di oro, sale, schiavi, avorio e spezie, funziona come un mercato e una piazza di scambio fin dai primi tempi della città.
Almohadi e Merinidi: il cuore mercantile si fissa
Sotto gli Almohadi, nel XII secolo, Marrakech conosce il suo periodo d'oro architettonico con la costruzione della moschea della Koutoubia, il cui minareto veglia ancora oggi sulla piazza. Lo spiazzo vicino si consolida come spazio di mercato, di raduno e di giustizia. Fin dal XII secolo le pene vi vengono pubblicamente applicate, inaugurando una lunga tradizione di giustizia-spettacolo che segnerà a lungo la memoria del luogo.
L'apogeo saadiano e il cantiere abbandonato (XVI secolo)
La seconda metà del XVI secolo, sotto i Saadiani, fa di Marrakech una capitale sfolgorante. Ahmed al-Mansour, arricchito dall'oro del Sudan e dalla vittoria della battaglia dei Tre Re (1578), trasforma la città. È in quest'epoca che si gioca l'episodio fondativo del nome: il progetto di una grande moschea, situata sul lato nord dell'attuale piazza, e poi il suo abbandono sotto i colpi della peste. Viaggiatori dell'epoca, come l'autore spagnolo Luis del Mármol Carvajal, descrivono allora uno spazio cosmopolita e mercantile, dove si incrociano mercanti, artigiani e popolazioni provenienti da tutta la fascia sahariana.
Il Protettorato e la prima tutela patrimoniale (1912-1956)
Con l'instaurazione del protettorato francese nel 1912, l'amministrazione coloniale, sotto l'impulso del maresciallo Lyautey, sviluppa una politica di conservazione delle medine antiche e di separazione dalle città nuove. Jemaa el-Fna beneficia molto presto di questa attenzione. Un decreto vizirale del 26 luglio 1921 avvia l'istruttoria in vista della sua classificazione, poi un dahir (decreto reale) del 20 luglio 1922 stabilisce la sua tutela ufficiale. Si tratta di una tappa fondamentale: la piazza diventa un bene patrimoniale riconosciuto e difeso dal diritto marocchino, più di sessant'anni prima di qualsiasi riconoscimento internazionale.
Oggi: un teatro a cielo aperto
Nel XX secolo edifici moderni si innalzano lungo i bordi e la piazza assume la sua fisionomia contemporanea. Ma la sua vocazione profonda non è cambiata. Ogni giorno più di un milione di visitatori annui vi si accalcano; la sera, decine di bancarelle servono migliaia di pasti in un fumo profumato. Incantatori di serpenti, ammaestratori di scimmie, tatuatrici all'henné, cavadenti, venditori di succo d'arancia, musicisti gnaoua e, naturalmente, cantastorie: la piazza resta uno spettacolo permanente, al tempo stesso mercato popolare e palcoscenico a cielo aperto. Per preparare la vostra visita, consultate la nostra guida alle cose da fare sulla piazza Jemaa el-Fna.
Cronologia: i punti di riferimento storici essenziali
La tabella qui sotto sintetizza le grandi tappe della storia della piazza, dalla fondazione di Marrakech ai più recenti riconoscimenti internazionali.
| Data | Evento |
|---|---|
| verso il 1070 | Fondazione di Marrakech a opera degli Almoravidi; la piazza nasce come cuore mercantile e crocevia carovaniero. |
| XII secolo | Sotto gli Almohadi, costruzione della Koutoubia; lo spiazzo funge da mercato e da luogo di giustizia dove le pene vengono pubblicamente applicate. |
| 1578-1603 | Regno di Ahmed al-Mansour; progetto di una grande moschea «Jemaâ el-Hna» sul lato nord della piazza. |
| verso il 1598-1607 | Epidemie di peste; il cantiere viene abbandonato e l'edificio cade in rovina. |
| Inizio XVII secolo | Prima comparsa del nome «Jemaa el-Fna» nei testi; prime menzioni della halqa. |
| 26 luglio 1921 | Decreto vizirale che avvia l'istruttoria per la classificazione della piazza. |
| 20 luglio 1922 | Dahir che stabilisce la tutela patrimoniale ufficiale di Jemaa el-Fna. |
| 1954 | Elias Canetti soggiorna a Marrakech; le sue osservazioni alimenteranno «Le voci di Marrakech». |
| 1985 | La medina di Marrakech è iscritta nel patrimonio mondiale dell'UNESCO. |
| 18 maggio 2001 | Jemaa el-Fna proclamata «Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell'umanità». |
| 2008 | Iscrizione nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell'umanità. |
Giustizia ed esecuzioni pubbliche: il volto oscuro della piazza
Se oggi di Jemaa el-Fna si ricordano i cantastorie e i sapori, non bisogna dimenticare che lo spiazzo fu, per secoli, un luogo di potere e di castigo. Spazio aperto ai piedi del palazzo e delle grandi moschee, serviva naturalmente da scena alla giustizia del sultano, che voleva essere esemplare e visibile a tutti.
Dall'XI al XIX secolo la piazza ospita esecuzioni pubbliche. Le teste dei ribelli, dei criminali e dei nemici del potere vi venivano esibite, conficcate sulle picche, talvolta trattate con il sale per rallentare la putrefazione. Questo spettacolo della morte aveva una funzione politica: rammentare l'autorità del sovrano e dissuadere ogni velleità di rivolta. È questa realtà ad alimentare l'interpretazione del nome come «assemblea dei morti».
Attenzione ai racconti turistici esagerati: se le esecuzioni pubbliche sono storicamente documentate, la loro portata e le loro modalità precise variano a seconda delle epoche e restano in parte documentate. Diffidate delle cifre spettacolari avanzate senza fonte da certe guide improvvisate.
Questa dimensione giudiziaria non è aneddotica: spiega la carica simbolica del luogo e il modo in cui la piazza ha a lungo concentrato, in un medesimo spazio, le funzioni di mercato, di tribunale e di patibolo. La folla che vi si radunava per il commercio era anche il pubblico della giustizia.
La nascita della tradizione orale e della halqa
Il vero tesoro di Jemaa el-Fna non è né un monumento né una pietra: è una pratica, un'arte della parola e del raduno. Fin dal XVII secolo le cronache menzionano l'esistenza della halqa (حلقة), letteralmente il «cerchio». Si tratta del cerchio di spettatori che si forma spontaneamente attorno a un artista — cantastorie, musicista, acrobata, ammaestratore o imbonitore — e che costituisce la struttura sociale e scenica fondamentale della piazza.
La halqa non ha un palco rialzato, né una biglietteria, né orari fissi. Nasce da un talento capace di trattenere la folla, si nutre dello scambio diretto tra l'artista e il suo pubblico e si disfa non appena l'attenzione si dissolve. Al centro del cerchio, il hlaïqi (l'uomo della halqa) dispiega tutta la sua arte per affascinare, far ridere, spaventare e commuovere. I cantastorie, in particolare, perpetuano un repertorio immenso: racconti epici, novelle delle Mille e una notte, leggende religiose, cronache storiche, poesia e improvvisazioni satiriche sull'attualità.
- I cantastorie — custodi della memoria orale, tramandano racconti a volte vecchi di parecchi secoli.
- I musicisti gnaoua — discendenti di schiavi subsahariani, fanno risuonare i guembri e le castagnette metalliche delle loro trance spirituali.
- Gli incantatori di serpenti — spesso provenienti dalla confraternita degli Aïssaoua, incarnano l'immagine più iconica della piazza.
- Gli acrobati, gli ammaestratori e i guaritori — erboristi, cavadenti e indovine completano questo teatro vivente.
Questa economia della parola si accompagna a un'economia in senso stretto: una parte essenziale della vita della piazza resta la ristorazione notturna. Per gustare quest'atmosfera di fumo e di grigliate, la nostra guida dedicata vi indica dove mangiare sulla piazza Jemaa el-Fna senza cadere nelle trappole per turisti.
Il riconoscimento UNESCO spiegato: immateriale contro materiale
Il riconoscimento internazionale di Jemaa el-Fna si fonda su due dispositivi distinti che è essenziale non confondere, perché tutelano realtà di natura diversa.
1985: la medina nel patrimonio mondiale (patrimonio materiale)
Nel 1985 l'UNESCO iscrive la medina di Marrakech nella Lista del patrimonio mondiale. Questa iscrizione rientra nel patrimonio materiale: tutela beni fisici — mura, porte, moschee, palazzi, giardini e tessuto urbano storico. Jemaa el-Fna vi figura come componente di questo insieme costruito, alla stregua della Koutoubia o delle tombe saadiane.
2001 e 2008: la piazza nel patrimonio immateriale
Ma l'essenza di Jemaa el-Fna non sta nei suoi muri: sta nelle sue voci, nei suoi gesti e nei suoi saperi. Ora, fino alla fine del XX secolo, nessuno strumento giuridico internazionale tutelava questo tipo di patrimonio vivente. È qui che interviene una rivoluzione concettuale. Il 18 maggio 2001, a Parigi, una giuria internazionale di diciotto membri proclama i primi diciannove «capolavori del patrimonio orale e immateriale dell'umanità», scelti tra trentadue candidature. Jemaa el-Fna figura tra questi primissimi eletti — una distinzione pionieristica.
Nel 2008, in seguito all'entrata in vigore della Convenzione del 2003 per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, la piazza viene trasferita nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell'umanità, che ne consolida il riconoscimento.
La distinzione è cruciale: il patrimonio materiale tutela pietre (la medina, 1985), mentre il patrimonio immateriale tutela pratiche vive (la halqa, i cantastorie, 2001-2008). Jemaa el-Fna ha la rara particolarità di rientrare in entrambe le categorie al tempo stesso.
I grandi testimoni letterari
La piazza ha affascinato gli scrittori, e due figure di primo piano ne hanno segnato durevolmente il destino: l'uno con la sua penna, l'altro con la sua azione.
Elias Canetti e «Le voci di Marrakech»
Nel 1954 lo scrittore di origine bulgara Elias Canetti, futuro premio Nobel per la letteratura, soggiorna a Marrakech. Da quel viaggio nascerà «Le voci di Marrakech», raccolta di brevi prose pubblicata nel 1968. Canetti vi coglie con rara acutezza l'atmosfera sonora della piazza: descrive i cerchi della halqa, i mendicanti ciechi che salmodiano il nome di Dio e soprattutto quell'economia del suono e del grido che struttura lo spazio. Il suo testo è oggi una delle più preziose testimonianze sulla piazza a metà del XX secolo, prima dell'era del turismo di massa.
Juan Goytisolo, salvatore della piazza
Il ruolo dello scrittore spagnolo Juan Goytisolo, innamorato di Marrakech dove ha a lungo vissuto, va oltre la semplice letteratura. Negli anni Novanta la piazza è minacciata da progetti di riqualificazione, in particolare quello di una torre o di un edificio moderno nelle vicinanze, che avrebbe snaturato il luogo. Nel 1997 Goytisolo propone all'UNESCO di introdurre la nozione inedita di «patrimonio immateriale» per tutelare quei tesori viventi che le convenzioni esistenti ignoravano. La sua iniziativa sfocia nella proclamazione del 2001, di cui presiede proprio la giuria. La piazza deve a lui, in gran parte, di essere stata salvata ed eretta a modello mondiale. Il suo romanzo «Makbara» le rende del resto omaggio.
Minacce e salvaguardia del patrimonio
Riconoscere un patrimonio non basta a preservarlo. Jemaa el-Fna, proprio perché è immateriale e viva, resta fragile. Diverse minacce gravano su di essa.
- La scomparsa dei cantastorie — il mestiere di hlaïqi si trasmette sempre meno; i grandi cantastorie tradizionali invecchiano e il ricambio, insidiato dagli schermi, si fa raro.
- La pressione turistica e commerciale — la mercificazione dello spettacolo può trasformare una pratica autentica in un'attrazione irrigidita, standardizzata per i visitatori.
- I progetti urbanistici — la tentazione di interventi moderni attorno alla piazza resta una minaccia ricorrente per la sua integrità.
- La questione del benessere animale — l'uso di scimmie e serpenti, a lungo tollerato, è oggetto di critiche crescenti e di regolamentazioni.
Di fronte a queste sfide, la salvaguardia passa attraverso la documentazione dei repertori, il sostegno agli artisti e la trasmissione alle giovani generazioni. Il riconoscimento UNESCO impone al Marocco obblighi di conservazione attiva, e non una semplice messa sotto vetro. La vitalità della piazza, ancora oggi, è il migliore indicatore del successo — o del fallimento — di questa missione. Per approfondire l'ambiente storico del quartiere, scoprite anche cosa c'è da vedere intorno a Jemaa el-Fna.
Potete contribuire, nel vostro piccolo, alla salvaguardia di questo patrimonio: sedetevi in una halqa, ascoltate un cantastorie fino in fondo e lasciate una moneta sul tappeto. È così che quest'arte orale, tramandata da secoli, continua a vivere.
Aneddoti e curiosità storiche
La storia di Jemaa el-Fna si presta ad alcuni fatti salienti che aiutano a misurarne la singolarità.
- Un nome più giovane della piazza — lo spiazzo esiste dall'XI secolo, ma il suo nome attuale è attestato solo all'inizio del XVII. Per quasi sei secoli, dunque, la piazza fu attiva senza portare il nome con cui la conosciamo.
- Una piazza «senza monumento» — a differenza della maggior parte dei siti UNESCO, il suo valore non risiede in un edificio ma in una pratica. È un patrimonio che non si può né fotografare interamente, né cristallizzare.
- Il concetto di immateriale è nato qui — senza Jemaa el-Fna e l'iniziativa di Goytisolo, la nozione stessa di «patrimonio culturale immateriale», oggi applicata a centinaia di tradizioni nel mondo, forse non esisterebbe in questa forma.
- Due volti al giorno — la piazza muta con il passare delle ore: mercato diurno di succo d'arancia, henné e incantatori di serpenti, al calare della sera diventa un immenso ristorante all'aperto cinto da cantastorie e musicisti.
Prima di recarvici, si impongono alcune precauzioni di buon senso, in particolare nei confronti delle false guide e delle foto a pagamento. Consultate i nostri consigli sulla sicurezza e le truffe a Jemaa el-Fna nonché le nostre informazioni pratiche per organizzare serenamente la vostra visita. Per andare oltre, il nostro blog propone altri racconti su Marrakech e la sua storia.
Un patrimonio vivente, tra memoria e presente
Dalla fondazione almoravide alle proclamazioni dell'UNESCO, la storia di Jemaa el-Fna racconta quella di uno spazio che ha saputo restare fedele alla sua vocazione originaria: radunare. Mercato, tribunale, patibolo, palcoscenico di cantastorie — la piazza ha cambiato funzioni dominanti nel corso dei secoli, ma mai natura. Resta quell'immenso cerchio dove la città viene a raccontarsi a se stessa. Comprenderne le origini, i nomi contesi e il riconoscimento pionieristico significa darsi i mezzi per guardarla in modo diverso: non come una semplice attrazione, ma come uno degli ultimi grandi teatri orali dell'umanità, sempre in scena.
Photo : Jorge Láscar — CC BY 2.0