Un cantastorie hlayki al centro di una halqa, circondato da un cerchio di spettatori a Jemaa el-Fna

Cultura e storia

I cantastorie (hlaykia) di Jemaa el-Fna: una tradizione orale in pericolo

I cantastorie (hlaykia) di Jemaa el Fna: la halqa, il repertorio dei racconti, il declino dell'arte, cosa protegge l'UNESCO e come assistere a una seduta.

Aggiornato in 30 luglio 2026

I cantastorie di Jemaa el-Fna, chiamati hlaykia (al singolare hlayki), sono il cuore immateriale della piazza: dal XVI secolo si tengono in piedi al centro di un cerchio di spettatori e srotolano, in arabo dialettale, epopee, racconti morali e leggende. È questa parola viva, ancor più delle grigliate o degli incantatori di serpenti, ad aver valso alla piazza la classificazione dell’UNESCO. Ed è anche quella oggi più minacciata: negli anni Settanta si contavano diciotto cantastorie a Marrakech; ne resta ormai solo una manciata.

Comprendere gli hlaykia significa capire perché Jemaa el-Fna non è un semplice mercato notturno ma un patrimonio orale fragile, trasmesso di bocca in bocca e mai fissato per iscritto. In questa guida vi spieghiamo cos’è la halqa, cosa raccontano i cantastorie, perché quest’arte è in declino, cosa protegge esattamente l’UNESCO e come voi, visitatori, potete ancora assistere a una seduta e contribuire a far vivere la tradizione.

Spazio culturale e cerchi di artisti sulla piazza Jemaa el-Fna

Che cos’è la halqa, il cerchio del cantastorie?

La halqa (letteralmente «il cerchio» o «l’anello») è la forma teatrale di base di Jemaa el-Fna. Un artista — cantastorie, musicista, acrobata o domatore — occupa uno spazio a terra, e un cerchio di spettatori si forma spontaneamente attorno a lui. Nulla è fisso: né palco, né sedie, né orario preciso, né biglietto. Tutto poggia sulla capacità dell’artista di catturare e poi trattenere l’attenzione.

Per il cantastorie, la halqa è un’arte completa. Non si limita a recitare: interpreta, cammina, abbassa la voce per creare suspense, interpella il pubblico, dosa i suoi effetti e interrompe il racconto nel momento più intenso — spesso per far circolare la ciotola delle offerte e raccogliere qualche moneta prima di riprendere. Il cerchio non è mai passivo: gli ascoltatori reagiscono, ridono, completano, protestano. È questo dialogo permanente a distinguere il racconto di Jemaa el-Fna da uno spettacolo fissato.

Questo teatro a cielo aperto esiste sulla piazza da lungo tempo: già all’inizio del XVII secolo il letterato marocchino al-Youssi menziona nelle sue cronache la halqa e i suoi cantastorie. Ciò dà la misura dell’antichità di una tradizione che quattro secoli non hanno spento — ma che il XXI secolo mette a dura prova.

Cosa raccontano i cantastorie di Jemaa el-Fna?

Il repertorio degli hlaykia è immenso e attinge a numerose fonti. Vi si ritrovano:

  • Le grandi epopee arabe: la Sīra di Antar, le gesta di Abu Zayd al-Hilali, i racconti di conquiste e di eroi guerrieri, declamati talvolta nel corso di più serate.
  • I racconti delle Mille e una notte: Shahrazad, gli inganni, i geni, i mercanti e i re — un fondo inesauribile in cui i cantastorie ritagliano e improvvisano.
  • I racconti religiosi e agiografici: vite di santi, parabole morali, storie edificanti tratte dalla tradizione musulmana.
  • I racconti popolari e le facezie: storie di animali, astuzie di Joha (il personaggio malizioso del folclore), leggende locali di Marrakech e dell’Alto Atlante.

Il cantastorie non impara un testo a memoria: padroneggia una trama e la ricompone a ogni seduta, adattando la lunghezza, il tono e le digressioni al suo pubblico. Questa improvvisazione orale è precisamente ciò che rende la tradizione così preziosa e così vulnerabile: nulla è scritto, tutto vive nella memoria di uomini sempre più rari.

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Anche senza parlare l'arabo dialettale, una halqa di cantastorie si «legge»: osservate i gesti, i silenzi, gli scoppi di risa del pubblico e il modo in cui l'artista tiene il suo cerchio. La teatralità trascende la lingua.

Perché la tradizione degli hlaykia è in pericolo?

La constatazione è brutale. Là dove si contavano diciotto cantastorie attivi negli anni Settanta, ne sopravvive ormai solo una manciata oggi, spesso anziani. Il presidente dell’associazione dei professionisti della halqa ha lui stesso riassunto la situazione in una frase cupa: il destino dei cantastorie sembra essere l’estinzione. Diversi fattori si sommano.

La concorrenza degli schermi. La televisione, i cartoni animati, gli smartphone e i social network hanno sostituito la veglia in cui genitori e bambini si ritrovavano per ascoltare storie. Il racconto orale ha perso il suo pubblico naturale, in particolare i più giovani.

La rottura della trasmissione. L’arte del cantastorie si apprendeva per apprendistato, in anni trascorsi al fianco di un maestro. Ma pochi giovani accettano oggi una vita precaria, fatta di lunghe ore in piedi per guadagni incerti. Senza apprendisti, la catena si spezza.

La pressione commerciale e turistica. La piazza si è trasformata: bettole, bancarelle e animazioni da fotografare occupano lo spazio e attirano una folla frettolosa. Il racconto, che richiede tempo, silenzio e comprensione della lingua, si ritrova emarginato a vantaggio di spettacoli più immediatamente «consumabili».

La barriera della lingua. Il racconto si dispiega in arabo dialettale marocchino (darija). I visitatori stranieri, che formano una parte crescente del pubblico, non vi hanno accesso — il che riduce d’altrettanto il pubblico disposto a fermarsi e a dare.

La folla della sera sulla piazza, davanti alla Koutoubia

Cosa protegge l’UNESCO: il patrimonio orale, non i muri

È qui che lo status di Jemaa el-Fna acquista tutto il suo senso. Nel maggio 2001, l’UNESCO ha proclamato «lo spazio culturale della piazza Jemaa el-Fna» capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità, prima di iscriverlo, nel 2008, nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale.

La sfumatura è capitale: qui l’UNESCO non classifica pietre, monumenti o un paesaggio, ma pratiche viventi — il racconto, la musica, i saperi, i gesti che si trasmettono da uomo a uomo. La piazza ha del resto ispirato la nozione stessa di «patrimonio orale e immateriale»: il suo caso ha contribuito a far emergere questa nuova categoria nel pensiero dell’UNESCO. In altre parole, sono gli hlaykia e i loro simili a essere il tesoro — non soltanto la spianata che li accoglie.

Questo riconoscimento ha un rovescio: classificare non basta a salvare. Un patrimonio immateriale non si conserva in una vetrina; sopravvive solo se continua a essere praticato e trasmesso. La sfida, a Marrakech come altrove, è mantenere una comunità di portatori di tradizione sufficientemente viva perché l’arte non si spenga con i suoi ultimi maestri. Per collocare questa piazza nella lunga durata, la nostra storia di Jemaa el-Fna ripercorre come un luogo di esecuzioni pubbliche sia diventato un santuario della parola.

Elias Canetti e «Le Voci di Marrakech»

Nessun testo ha colto meglio la forza di questi cantastorie di Le Voci di Marrakech di Elias Canetti, scrittore insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1981. A seguito di un viaggio compiuto nel 1954, egli annota in questo breve racconto i suoni, i gesti e i volti della città.

Davanti ai cantastorie di Jemaa el-Fna, Canetti è affascinato pur non comprendendo una parola di ciò che dicono. Percepisce nella loro arte «un’enclave di una vita antica e inviolabile» — una parola sgorgata dal fondo dei secoli, insensibile al tempo che passa. Questo paradosso — essere rapiti da un racconto di cui si ignora il senso letterale — dice tutto della potenza puramente orale e corporea della halqa. È anche un invito per il visitatore di oggi: si può essere toccati da un cantastorie senza coglierne le parole, purché ci si prenda il tempo di fermarsi. Lo sguardo di Canetti ha nutrito tutta una stirpe di scrittori, da Juan Goytisolo — grande difensore della classificazione UNESCO — a molti altri viaggiatori conquistati dalla piazza.

Come assistere a una seduta di cantastorie (e sostenerla)

Vedere un hlayki all’opera richiede oggi un po’ di pazienza e di metodo. Ecco come massimizzare le vostre possibilità.

ConsiglioIn pratica
Il momento giustoNel tardo pomeriggio e in serata, quando le halqa si formano (a partire dalle 17 circa).
Il posto giustoCercate i cerchi dove si sente una sola voce e dove il pubblico è seduto o immobile: è il segno di un cantastorie, non di un musicista.
Il comportamento giustoEntrate discretamente nel cerchio, restate, ascoltate. Un pubblico fedele incoraggia l’artista a proseguire.
La manciaÈ l’unica entrata del cantastorie. Fate scivolare qualche dirham nella ciotola che circola (10-20 MAD è un gesto apprezzato; importo indicativo).

Alcune regole di buona educazione. Non filmate freneticamente: chiedete con lo sguardo, e privilegiate l’ascolto alla ripresa. Non andatevene nel momento in cui passa la ciotola: è proprio allora che il cantastorie ha bisogno del suo pubblico. E se non comprendete la lingua, restate comunque qualche minuto: la vostra presenza, e la vostra moneta, valgono come sostegno diretto a una tradizione minacciata.

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La mancia (la ciotola) non è un'elemosina ma il modello economico storico della halqa. Donando, non fate la carità: «pagate il vostro posto» a uno spettacolo vecchio di quattro secoli.

Per organizzare la vostra serata intorno alla piazza e concatenare cantastorie, musica e bettole, consultate la nostra guida cosa vedere e fare a Jemaa el-Fna, così come il nostro articolo su Jemaa el-Fna la sera e la notte, il momento migliore per sorprendere una halqa in piena azione.

Domande frequenti

Chi sono gli hlaykia di Jemaa el-Fna?

Gli hlaykia (singolare hlayki) sono i cantastorie tradizionali della piazza. In piedi al centro di un cerchio di spettatori — la halqa —, declamano in arabo dialettale epopee, racconti delle Mille e una notte, leggende e racconti morali, improvvisando a partire da una trama memorizzata.

Perché i cantastorie di Marrakech stanno scomparendo?

Diverse cause si sommano: la concorrenza della televisione e degli schermi, la rottura della trasmissione tra maestri e apprendisti, la pressione commerciale e turistica sulla piazza, e la barriera della lingua per un pubblico sempre più straniero. Da diciotto cantastorie negli anni Settanta, ne resta solo una manciata.

Perché l’UNESCO ha classificato Jemaa el-Fna?

Perché la piazza ospita un patrimonio culturale immateriale eccezionale: cantastorie, musicisti, erboristi e altri portatori di tradizioni orali. L’UNESCO l’ha proclamata capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità nel 2001, poi iscritta nella Lista rappresentativa nel 2008. Il tesoro protetto sono le pratiche viventi, non gli edifici. Vedi la scheda ufficiale dell’UNESCO.

Si può comprendere un cantastorie senza parlare arabo?

Non letteralmente, ma l’esperienza resta forte. La teatralità — gesti, intonazioni, silenzi, reazioni del pubblico — trascende la lingua. È ciò che ha provato Elias Canetti in Le Voci di Marrakech, affascinato da racconti di cui non comprendeva una parola.

Bisogna dare del denaro al cantastorie?

Sì, è l’usanza e l’unica entrata dell’artista. Una ciotola circola durante o dopo il racconto: qualche dirham (10-20 MAD, a titolo indicativo) basta e costituisce un vero sostegno a una tradizione minacciata. Non lasciate il cerchio nel momento in cui si raccoglie.

Dove e quando vedere una halqa di cantastorie?

Sulla piazza stessa, nel tardo pomeriggio e in serata, a partire dalle 17 circa, quando i cerchi si formano. Individuate gli assembramenti silenziosi organizzati attorno a una sola voce: è lì che si tiene un cantastorie, da distinguere dalle halqa di musicisti o di acrobati.